La competizione tra l’uso dei terreni agricoli per la produzione di cibo e la produzione di bio-combustibili è un falso problema. Deriva dall’impostazione scorretta con la quale l’agricoltura industrializzata ha cercato di imporre il suo modello produttivo in tutto il mondo: comprare sempre nuovi semi ogm, usare i loro pesticidi, arare ogni anno i campi con i loro trattori, irrigare le colture usando la loro tecnologia e raccogliere i prodotti nella forma estetica che più piace a loro. Ma la terra in realtà basta per tutti e lo abbiamo già visto qui.
La competizione tra l’uso dei terreni agricoli per la produzione di cibo e bio-combustibili con la produzione di energia elettrica da fonte fotovoltaica invece è un problema enorme soprattutto in un paese, come l’Italia, che da un lato dispone una superficie limitata di aree effettivamente coltivabili, mentre dall’altro dispone di una quantità di suolo già impermeabilizzato che non ha paragoni con il resto d’Europa. Questo problema si sta aggravando di giorno in giorno anche a causa della scarsa (ormai quasi nulla) redditività che gli agricoltori riescono ad ottenere dalle loro coltivazioni, per le quali i costi energetici e di fertilizzazione, direttamente dipendenti dalle fonti fossili, sono diventati insostenibili.
Necessariamente però, se si volessero utilizzare i terreni agricoli per produrre combinata e programmata anche di bio-combustibili, lo scontro politico-economico avverrebbe contro un modello ancora più scorretto, che riguarda il modo di commercializzare, distribuire e consumare il cibo che dovrebbe essere destinato al solo consumo umano. Cibo che invece, come abbiamo visto, finisce in gran parte all’alimentazione animale (anche per gli animali di compagnia e affezione, purtroppo).
Ma cosa accadrebbe se invece di continuare con questa agricoltura predatoria e con questo modello di consumo insensato, decidessimo di adottare un modello produttivo agricolo che invece di alimentare il conflitto tra cibo e cambiamenti climatici, li risolverebbe entrambi? Cioè se incrementiamo la coltivazione di colture (che già esistono a livello mondiale su vasta scala) capaci di produrre allo stesso tempo alimenti e che sono anche in grado di assorbire i gas serra dall’atmosfera, attraverso la loro crescita sistematica?
Questa possibilità, in realtà, esiste da sempre: sono le colture orticole e frutticole perenni che non hanno bisogno, ogni anno, di essere seminate (o trapiantate) con gli OGM, concimate con i fertilizzanti di sintesi e irrorate di ogni tipo di pesticidi. Sono realizzate da reti di piccole aziende agricole (market gardens) che usano queste colture per la garantire, anche e soprattutto a se stesse, sia la sostenibilità economica che ecologica.
Eccone alcuni esempi che, tra l’altro, sono anche molto comuni sulle nostre tavole.
- Topinambur (Helianthus tuberosus): Coltivato ampiamente in Francia, Germania e Cile. Sebbene i tuberi vengano raccolti scalzando il terreno in autunno, le piccole frazioni di radice lasciate intenzionalmente nel suolo fanno sì che la coltura si rigeneri da sola all’infinito senza necessità di ripiantare.
- Asparago (Asparagus officinalis): è l’esempio commerciale più celebre. Paesi come il Perù, la Cina e la Germania guidano la produzione mondiale. Una volta impiantate le “zampe” (le radici), la coltura produce germogli (turioni) ogni primavera, talvolta anche in autunno, per un ciclo di vita che va dai 15 ai 25 anni senza bisogno di riseminare. Le piante si possono ricavare la prima volta direttamente da piccole porzioni delle radici oppure dai semi delle piante che sono contenuti in delle piccole palline che diventano rosse nella fase finale della maturazione.
- Carciofo (Cynara scolymus): molto diffuso nel bacino del Mediterraneo (soprattutto in Italia, Spagna ed Egitto) e nelle aree costiere della California (USA). Una carciofaia commerciale rimane produttiva nello stesso terreno per 5-7 anni prima che i ceppi vadano divisi o rinnovati. Anche in questo caso le nuove piante si possono ottenere direttamente dalle radici (cosiddetti “cardoncelli”) oppure dai semi che sono contenuti da carciofi che vengono appositamente lasciati andare in fiore.
- Cicoria comune (Cichorium intybus) o “cicoria di campo”: citata già in un papiro egizio di oltre 3.500 anni fa è stata da sempre usata come alimento e per scopi terapeutici per i suoi effetti depurativi e benefici sulla funzionalità del fegato. Nei climi piovosi germogli in continuazione e il sistema riproduttivo è sempre lo stesso: da radici e semi appositamente ottenuti dalla coltivazione. Di solito e molto più spesso di trova in commercio anche il cosiddetto “cicorione” (o Cicoria Catalogna) che però ha una durata di produzione molto breve.
- Rabarbaro (Rheum rhabarbarum): Coltivato su scala intensiva nel Regno Unito (nel famoso “Rhubarb Triangle” dello Yorkshire) e nel Nord degli Stati Uniti. È una pianta estremamente vigorosa che produce steli commestibili per oltre 10 anni consecutivi.
Molti tuberi perenni stanno vivendo una forte riscoperta commerciale per la loro capacità di resistere ai cambiamenti climatici e proteggere il suolo dall’erosione.
- Topinambur (Helianthus tuberosus): Coltivato ampiamente in Francia, Germania e Cile. Sebbene i tuberi vengano raccolti scalzando il terreno in autunno, le piccole frazioni di radice lasciate intenzionalmente nel suolo fanno sì che la coltura si rigeneri da sola all’infinito senza necessità di ripiantare.
- Oca (Oxalis tuberosa) e Yacon (Smallanthus sonchifolius): Originari delle Ande, sono coltivati tradizionalmente in Sudamerica ma sono diventati colture commerciali alternative di successo anche in Nuova Zelanda e nel Regno Unito. Offrono raccolti abbondanti e richiedono pochissimi input chimici.
Nelle piccole aziende agricole biologiche o che seguono il modello CSA (Agricoltura Supportata dalla Comunità), gli ortaggi perenni da foglia vengono usati per colmare il cosiddetto hungry gap (il periodo di inizio primavera in cui le verdure annuali non sono ancora pronte):
- Spinacio del Caucaso (Hablitzia tamnoides): È un rampicante perenne che sta riscuotendo un enorme successo commerciale nelle aziende biologiche del Maine (USA) e nel Nord Europa. Produce foglie tenere simili allo spinacio fin dall’inizio dell’inverno/primavera, quando nessun altro ortaggio tollera il gelo.
- Cavolo Marino (Crambe maritima): Storicamente coltivato sulle coste europee, oggi viene prodotto in Francia e Regno Unito. I germogli primaverili vengono imbiancati (coperti dalla luce) per ottenere un ortaggio gourmet molto richiesto dai ristoranti.
- Cavoli perenni (Tree Collards / Perennial Kale): Varietà arbustive di cavolo diffuse nei progetti agroecologici in Australia e California. Non formano una testa, ma continuano a produrre foglie da raccogliere per 3-5 anni su fusti legnosi simili a piccoli alberi.
Tutto dipende anche dalle scelte di consumo che potremmo adottare anche oggi stesso.



